Oggi mi sono trasferito in campo per presentare i ragazzi della Primavera, vincitori del torneo di Viareggio.
Dalla postazione vicino al corner è facile intercettare qualche bella immagine.
Pazzini, festeggiando.
In queste ultime due settimane sono stato un po’ lontano dalla radio, ho seguito il corso dell’ordine dei giornalisti per preparare l’esame di stato del prossimo 5 aprile, necessario per l’accesso alla professione.
Corso finito da poche ore, incredibile: ho già nostalgia dei tutor e degli altri ragazzi. Per questo, come al mio solito, ho preferito non dilungarmi in grandi saluti e baci abbracci. Tanto ci si rivede a Roma. O comunque, prima o poi.
Mi ha colpito vedere un gruppo di gente della mia età profondamente diversa dagli stereotipi. La varietà di storie, sguardi e interessi che questo mestiere continua ad offrire. Sarà anche in ribasso, non sarà eroico come un tempo, nemmeno pagato bene, ma a me piace sempre di più.
Pubblico molto volentieri il post del mio amico fraterno Tommaso Sacchi, organizzatore di cose belle e agitatore culturale milanese.
Sono perfettamente d’accordo con lui quasi su tutto. Dissento solo sulla nemesi, per il mio inguaribile ottimismo: diciamo che Milano è in coma.
Poi, sulla Casa 139. Non ci vado sempre, ma per me è un posto importante. Ho avuto modo di salire sul palco con Gianni Resta per Casabaccano (2006-2007) e la ricordo come una bella esperienza.
Per tutto il resto, vale Tommi
Milano, Sabato 5 Marzo 2011
Mi sveglio il sabato mattina, mi lavo, mi vesto e, come spesso capita, accendo il computer.
La famosa bacheca mi avvisa del fatto che stanotte è stata chiusa la CASA 139.
Ripenso immediatamente ai concerti che ho organizzato e che per un motivo o per l’altro sono stati talvolta ostacolati o proibiti. E ancora, penso ai concerti organizzati e prodotti da colleghi ed amici che per un motivo o per l’altro sono stati fermati o comunque osteggiati. Poi penso ad altri luoghi di aggregazione e di spettacolo che ho frequentato e che frequento che hanno contribuito a sviluppare la passione di cui è fatto il mio lavoro quindi passo in rassegna: Scimmie, Palasharp, Rolling Stone, Derby, Plastic, Rainbow e Music Drome, Teatro Smeraldo.
Quando il caso non è uno, isolato, si tratta di un problema globale, che investe tutta la città e di fronte a questo non possiamo rimanere spettatori, noi che solo spettatori non siamo mai stati.
A Berlino l’aeroporto TEMPELHOF, andato in disuso, diventa un suggestivo luogo di spettacolo; in tutt’europa esistono interi settori dei teatri riservati agli studenti, biglietti calmierati in base al reddito, facilitazioni fiscali per l’apertura di circoli culturali, a Milano no, o comunque non più. Un’amministrazione che sopprime i luoghi di cultura e spettacolo, sancisce la morte cerebrale di una città.
Milano è morta.
Non rimaniamo spettatori passivi, aggreghiamoci, creiamo una rete e diamo voce alle radio, ai giornali e alle piazze.
Tommi Sacchi
ubblica-13111188/Ho fatto le elementari in Via Palmieri, Milano. Scuola Cesare Battisti. Quartiere Stadera, da non confondere con Gratosoglio, quartiere che sta parimenti a sud e che goda di medesima stima difficile quanto stereotipata. Quelli bravi in sociologia riassumerebbero cosi: quartiere di confine, scuola di confine, maestre in trincea. Periodo 1988-1992, i miei cinque splendidi anni in Via Palmieri: tutto vero, anche se da bambino non te ne accorgi, anche se non ti chiedi mai perché qualche altro bambino della scuola parli di posti da cui un parente non può uscire (“San Vittore o Opera?, buono, Opera è più vicino”), perché devi ospitare un compagno chè casa sua è stata occupata, e non ti chiedi nemmeno chi sia l’assistente sociale che gira ogni tanto per le classi (un bambino allora non poteva usare wikipedia per scoprire che cos’è un assistente sociale) o perché qualche tuo compagno, pochissimi allora, venga da un paese lontano e abbia un colore diverso della pelle. Non te ne accorgi perché le tue maestre (quelle in trincea nella scuola di confine) si sforzano soprattutto di fare una cosa: insegnarti a scrivere in italiano, a fare di conto, a riprenderti quando ti ribalti con lo sgabellino in refettorio. In una parola, le maestre in trincea della scuola di confine ti aiutano a sentirti un bambino, a prescindere che tu sia figlio di papà, di un ladro, di una guardia o di un impiegato. Che poi è quella cosa scritta nella Costituzione, che tipo che siamo tutti uguali, che tutti dobbiamo avere le stesse possibilità, che ogni ostacolo diverso di natura sociale deve essere combattuto e che la scuola pubblica è un diritto e che se vuoi andare in una scuola dei preti te la dovresti pagare (ignoro per possibili travasi di bile la situazione correnti dell’assurda vicenda dei buoni scuola). Qualche mio compagno l’ho ritrovato su Facebook, ma non so che fine abbia fatto la mia splendida maestra Gabriella Meglioli, la maestra Viviana Sbanotto che amo meno solo perché insegnava matematica, il maestro Giuseppe che non mi ricordo il cognome ma che lavorava con i bambini disabili fin da molto tempo prima che inventassero la parola. Però devo dire che in quel cartello comparso ieri sui cancelli della mia scuola elementare, che recita solo “Educhiamo ai valori della costituzione”, beh, ci ho trovato tanto della mia storia, ma soprattutto, tanto del paese che vorrei. Per fortuna diametralmente opposto dalle idee di quelli che la famiglia li ha mandati a scuola dai preti e dalle suore. Che saranno tutti dei geni, che non gli avranno “inculcato” niente di sbagliato, ma che si sono persi tanta di quella roba che tocca aspettare la Provvidenza (o il prossimo Family Day?).
PS. Gabriella, Viviana, Giuseppe: ho una voglia pazzesca di vedervi. E grazie.