Ho quasi trent’anni e come tanti altri ragazzi sono grato a Giuliano Pisapia e Stefano Boeri per quello che hanno fatto nell’ultimo anno. Ricordo la serata della Stazione Centrale, quella con i due arcobaleni prima del ballottaggio, quella della festa per la vittoria: è stato probabilmente il momento più alto di partecipazione della mia generazione. Non dimentico anche i mille incontri nelle piazze, nelle associazioni, nei circoli, le facce nuove conosciute e gli incontri magici, una geografia nuova della città scoperta durante la campagna, e ignota anche a noi che viviamo a Milano da una vita.
La voglia di cambiare Milano (e i partiti sul territorio), nata con le uniche vere primarie degli ultimi anni, ci ha fatto capire che battere la destra non è impossibile; che la squadra vince quando è coesa; che presunti pensieri dominanti (Letizia Moratti, De Corato, per non parlare della Lega) possono trasformarsi in brutti ricordi: hanno perso da sei mesi, qualcuno li ha più visti in giro? Eppure solo un anno fa, quel modello sembrava indistruttibile.
Non è buonismo, nemmeno retorica: non penso che il governo di Milano possa permettersi di privarsi di un assessore dello spessore di Stefano Boeri. Le ragioni sono molte e di merito, per i progetti sulla cultura che Stefano sta costruendo, per il modello politico partecipato che continua a praticare, per lo sguardo internazionale che rimetterà questa città fuori dalla Padania per riportarla al centro del mondo.
Vorrei utilizzare una retorica più forbita, una sintesi politica meno rozza, ma il pensiero che attraversa me e molti altri semplici elettori e sostenitori di questa giunta è semplice:mettetevi d’accordo, cazzo. Trovate una strada, un modus operandi, una qualsiasi opzione credibile che non metta fine alla bellezza che insieme abbiamo cominciato a costruire. Quel famoso “Laboratorio Milano” che ha cambiato il vento qui, e che deve essere il primo mattone della rinascita civile di questo paese.
