Val Pellice, distretto di Shangai

(foto di Simone Perolari e Rino Fassio)

Oggi è il giorno della festa nazionale più grande del mondo: è il sessantaquattresimo compleanno della Repubblica Popolare Cinese. A Shangai e Pechino sono previste manifestazioni di piazza: fuochi d’artificio, bandierine, dirette tv. In Italia (dove i primissimi migranti cinesi arrivarono proprio perché anti-maoisti) è una festa poco sentita, percepita come sostanzialmente istituzionale. La ricorrenza offre comunque il destro per bussare alla porta di una delle comunità cinesi più numerose e meno raccontate d’Italia, che sta in Val Pellice, tra Barge e Bagnolo Piemonte (Cuneo). Niente a che vedere con Paolo Sarpi (bar, ristoranti e negozi all’ingrosso) e Prato (capannoni e negozi), le due Chinatown più famose del paese. A Bagnolo non c’è nemmeno un ristorante cinese: è fallito. Per le strade è Piemonte assoluto: i caffè, la merceria, il porticato, il piemontese come lingua principale. I cinesi sono tantissimi ma proverbialmente stanno per conto loro –chiusi, riservati come i locali-; si vedono soprattutto sui citofoni, dove Hu, Liu, Zhao e Lin si alternano ai Bunino, Chiappero e Balbo. Il primo ad arrivare qui dal distretto di Shangai fu il signor Deng, detto Franco, quindici anni fa. Professione scalpellino, cavatore della pietra di Luserna e di quarzite, uno di quei mestieri che gli italiani non vogliono più fare. Oggi gli scalpellini cinesi in Val Pellice sono diverse centinaia. Incontro Giada, raffinata sinologa novarese e titolare di un piccolo ufficio sulla piazza. Sembra l’ambasciatrice italiana in una cittadina sempre più orientale: si occupa di pratiche burocratiche, rinnovi del permesso di soggiorno, insegnamento dell’italiano ai cinesi, e di tutte quelle attività che possono avvicinare la comunità locale a quella migrante. A conti fatti, spiega, si tratta di una integrazione ben riuscita proprio perché basata sulla riservatezza: Piemonte e Cina, due mondi pacificamente separati, ma nello stesso posto. I più giovani, invece, sono un po’ diversi. Jian Yi, per tutti Gianni, ha venticinque anni e vive a Barge da dieci. L’identità è mescolata: non più solo cinese ma nemmeno completamente italiana. A differenza del babbo non fa lo scalpellino, anzi: credo di aver trovato l’unico cinese in Italia attualmente disoccupato. Con queste spese, l’IVA che si alza, l’instabilità politica -dice Jian Yi- facciamo fatica anche noi che siamo disposti ad orari massacranti e ad investire nel paese. Anche per tutto quello che è fuori dal lavoro, Jian Yi ha una vita sovrapponibile a quella di un qualunque ragazzo piemontese: cerca una fidanzata (anche italiana va benissimo), il sabato sera va con gli amici a Milano o Torino perché c’è più vita, ascolta la musica delle radio commerciali (non ho approfondito quali, temo possa amare i Modà). Insomma: l’ansia per il futuro è condivisa e la Cina è davvero vicina, a parte la festa nazionale che qui non si festeggia. La barca è la stessa, a prescindere dal taglio degli occhi. Lascio Bagnolo all’ora dell’aperitivo, le strade deserte e sullo sfondo le cave di pietra: un po’ Piemonte, un po’ Cina, molto Fratelli Coen.

 Twitter @paolomaggioni

Facebook paolo.maggioni

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