Philippe Daverio e lo spread della cultura

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Innovation Festival prende Bolzano e per tre giorni la asfalta di start up, aziende green e sguardi sul futuro. In piazza Walther, nel cuore della città, c’è l’Innovation Arena. Uno stand diffuso di cose strane e bellissime tipo: droni per la ricerca dei dispersi in montagna; rivenditore di confettura di gogi(bacca cinese acidissima che cresce bene anche in Alto Adige mescolata con l’albicocca); il gatto delle nevi elettrico (mica male); la seggiovia sostenibile; il trattore autoguidante per pendii davvero pendenti con manovra a trecentossessanta gradi per potatura vigna e riconoscimento vini (in un colpo solo una botta al caporalato e ai food show televisivi); la piattaforma aerea (elettrica) per raccolta della frutta senza pilota (colpo di grazia al caporalato, botta forte ad Alitalia e alle sette sorelle). Andiamo in onda da un piccolo chalet prequisito ad un gruppo di bambini, tra i costumi di Bobby, la simpatica scimmietta bilingue che diverte grandi e piccini. Incontro Philippe Daverio, elegante abito cremisi, sigaro donato da una fan pronto all’accensione, sorriso apertissimo. Dice che la vera salvezza di un pezzo dell’economia e della cultura passa dall’artigianato. Dalla gente che sa usare le mani. E che i giovani, designer in testa, non devono smettere di pensare a prodotti che proiettino nel futuro, che siano il primo segno tangibile di qualcosa che deve ancora arrivare: una anticipazione dirompente ma serena, che costi poco, e che sia fortemente evocativa. Molto diversa da quel “sogno”, un po’ vacuo, che senti circolare nelle parodie di certi imprenditori a cavallo tra lusso e tamarria. Quando gli chiedo quale sarebbe il suo primo provvedimento da ministro della cultura, risponde con una notazione economica inappuntabile: salvare il Mezzogiorno con i soldi dell’Europa. Riportare in Campania, Puglia e Sicilia una ideale “culla identitaria” del continente, abbandonando attività improduttive ed inquinanti. I soldi –inzigato, risponde- devono arrivare da Bruxelles. Fondi europei: dato 100, la Germania riceve indietro 120. Dato 100, l’Italia recupera poco più di 20. Di economia non ci capisco un acca, ma mi sembra uno spread anche questo, e senza campanilismi meriterebbe forse una revisione. Ce lo chiede Pompei, ma anche molte start-up italiane che lentamente cominciano a migrare verso altri paesi europei.

Ps. Dicono che il cocktail dell’anno sia nato qui, a Bolzano. Si chiama “Hugo” e va di moda anche ad Ibiza (notizia non verificata). Succo di sambuco, menta, prosecco: un po’ mojito, un po’ anche no. Per eventuali reclami -possibilmente solo sul cocktail- rivolgersi senza indugio alla sezione commenti.

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Car2Go e brevi considerazioni sull’economia mondiale

Si chiama Car2go ed è una cosa che somiglia al futuro: più che car sharing, l’auto usa e getta. Mezz’ora, un’ora se c’è traffico, la trovi per strada, la lasci senza patema dove c’è posto, costa meno di un taxi e inquina il giusto -per via dello spegnimento al semaforo-, non ti ci affezioni, non devi portarla a lavare il sabato, eccetera eccetera. Si calcola che per ogni macchinetta del Car2Go –400, tutte belle accessoriate, pulite, e collegate con la centrale 24/h- otto cittadini si disferanno della propria: numeri da vera rivoluzione green. Il servizio è partito a Milano ed è già di gran moda: sedicimila persone, in testa il sindaco Pisapia, hanno già la loro tesserina, e presto il servizio sbarcherà in altre città italiane. In diretta dalla macchinetta abbiamo raccontato il ritorno a casa di Marco, simpaticissimo manager che si occupa di turismo e meeting. Prima di lui si erano seduti una signora dal profumo inebriante ma tosto, già orfana della settimana della moda; un signore di cui ho scordato il nome, dato che si parlava di Inter e dei nuovi acquirenti indonesiani; uno che non capiva come innescare la macchinetta ma poi ci siamo riusciti e quando ci siamo riusciti ha acceso su un’altra radio e volevo staccargli la chiave dal cruscotto; tutta gente diversa ma con esigenze pratiche simili. Poi ho parlato con Paolo Lanzoni, che si occupa di pubbliche relazioni per Car2Go. Mi raccontava che il servizio funziona già in 22 città europee, e che l’Italia è lenta per via della burocrazia. Anche se sono tutti d’accordo, tutti entusiasti, il fiume di carte obbliga per mesi e mesi e spesso frena entusiasmo e idee.  Un refrain già sentito, molto buon senso, direi oltre la destra e la sinistra. Per esempio, dice Paolo, non possiamo portare le macchinette a Linate perché per cento metri risulta nel comune di Segrate ed occorrono altri permessi. Ci si attrezzerà presto, intanto possono arrivarci gli autobus dal parcheggio più vicino,  però son cose che in Europa fanno sorridere. Misteri. Lasciando l’auto, sono rapito da una sensazione un po’ postfordista. Sembra che il padrone finirà per smetterla di tenerci buoni vendendoci delle cose, ma comincerà ad affittarcele. Forse Marx non sarebbe d’accordo, ma a me sembra già un piccolo passo avanti. 

Prove d’orchestra con Mario Beretta

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Succede, al termine della lunghissima giornata passata al Giglio per raccontare il drizzamento del Concordia, di prendere l’unico traghetto garantito per Porto Santo Stefano (sveglia alle 4.30) e di dover lavorare a Monte Sole (Bologna), nel pomeriggio. La strada passa da Siena e quando ti accorgi di essere sveglio da quasi trenta ore consecutive e di cominciare a vedere dritte tutte le curve, capisci di avere urgente bisogno di riposo. Faccio tappa al centro sportivo del Siena Calcio, allenato da Mario Beretta, un vecchio amico, un uomo raffinato e lontanissimo dall’idea –divismo e lontananza- che avvolge il mondo del pallone.

Capita di incontrarlo a mostre d’arte o in coda a presentazioni di libri, tra le birrerie del suo vecchio quartiere –Via Padova e dintorni, l’arteria multietnica di Milano che scomodò paragoni africani al Cavaliere in visita elettorale- o sopra una bici da corsa, preparando una nuova avventura dopo aver costretto amici e collaboratori a sfidare il cammino di Santiago, la Via Francigena e l’intero corso del Po, dal Monviso a Comacchio. E poi qui, nella veste più congeniale, il maestro di calcio, per l’occasione in sgargiante tenuta rossa.

Non avevo mai assistito ad un allenamento di una squadra professionistica –il Siena gioca stabilmente da anni tra serie A e serie B- e devo dire che somiglia molto più ad una prova d’orchestra che non ad una esibizione muscolare. Il Maestro dispone l’orchestra nello stadio vuoto, si provano schemi e movimenti con rigore assoluto, si simula una partita, si chiede ai singoli interpreti (sanno benissimo cosa fare, come muoversi) una aderenza assoluta al progetto. 

L’allenatore ha grinta, entusiasmo, chiama tutti per nome, si incazza, ride, perdona, spiega come entrare ed uscire dalle azioni, invita a bere un goccio d’acqua dopo una serie di scatti, ordina di alzare il ritmo, di abbassarlo, di fare sempre gol -anche adesso, che non conta nulla-, e chissà dentro cosa pensa davvero. 

I giocatori obbediscono, non sbuffano, corrono, faticano e ridono (dallo spogliatoio senti canti, scherzi), chiamano “mister” Beretta e i suoi collaboratori, per rispetto; cercano sempre l’allenatore per un consiglio, poi fanno tiri formidabili e altri bruttissimi, fanno giochetti col pallone indescrivibili, si chiamano sempre per soprannome: sono giovani e ricchi professionisti, educatissimi, eccellenze, aziende in movimento e se sono tristi sanno nasconderlo benissimo. I portieri dall’altra parte del campo volano con agilità impressionante da un palo all’altro e appena si annoiano chiedono all’allenatore altri tiri, altre giocate, altri tuffi. 

Il divismo non passa da questo campo. Fuori non c’è nessuno ad aspettare, nel calcio di provincia succede spesso. Qui, come in un teatro, l’orchestra prova lo spartito con cura e dedizione. La giornata passa bene e certo, arriverà la domenica a raccontare storie sempre diverse: vittorie, sconfitte, pareggi che possono determinare l’umore di una settimana. Intanto, però, questa roba somiglia molto alla felicità. 

(foto del furgoncino della squadra, mi sono sbracato da quelle parti prima dell’allenamento)

Cronache dal Giglio, 2

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Questa immagine è stata scattata alle 19.30. Sul Giglio tramonta una giornata ancora lunga: i lavori per il raddrizzamento della Concordia, cominciati alle 9.07, continueranno per tutta la notte.

Inutile ribadire che si tratta di una operazione che ha trasformato quest’isola in una sorta di iper-luogo: centinaia di giornalisti da tutto il mondo, migliaia di ore di diretta, un lungo streaming dalla nave che pian piano si gira, eccola quasi coricata, eccola fissata, speriamo regga, chissà come va a finire. Nell’attesa, qualche sensazione sparsa sui tanti temi della giornata, raccolti in sala stampa nelle lunghe ore di attesa (ottimo il catering, tra l’altro). Le cose, insomma, che ho capito quest’oggi (più o meno).

1. La dinamica. Parbuckling: la parola inglese è una crasi di altre tre e di per sé non vuol dire niente ma è cool. Per fare il parbuckling, all’inizio c’è da fare il debunkering, mi metti i cassoni.Poi fai il falso fondale e metti il collare alla prua che sennò rischia lo sgancio. Poi ti avvicini con la caveria, una caveria di tutto rispetto. Poi agganci i martinetti. Poi, e sei già in control room (che qualcuno chiama decision room e non ho ancora capito se sono due diverse), tiri piano. Ma piano, piano, piano. Cosi mi disincagli, mi disarcioni la barca dagli scogli. I robottinirov fanno i filmati e tu aspetti che il ginocchio della nave si appoggi e non sobbalzi. Se non sobbalza e resta fermo il gioco è fatto. Speriamo vada cosi: sarebbe un prodigio assoluto. 

2. Non ci sono umarelli. Niente curiosi, niente popolazione di anziani che guardano i lavori, solo giornalisti e residenti muniti di badge. I più fortunati hanno la scritta “ALL AREAS”, come ai concerti. Ci sono i residenti che la sanno lunga e girano con la maglietta “Keep calm e think about Isola del Giglio”. Ci sono quelli che non sanno di preciso dove andare a parcheggiare e sono stufi dei giornalisti. Ci sono quelli che si sono affezionati alla Concordia. Ci sono quelli che aspettano l’ultima foto da sdraiata e la prima da eretta. Son soddisfazioni. 

3. Ritratti. C’è il signor Luigi che ha fatto il farista per una vita e gli manca il Faro ma si tiene in forma con i lavori di casa. Dice che il Giglio era meglio prima ma che in futuro, senza il barcone, può tornare bellissimo. C’è Don Lorenzo che fa il prete (“Papa Francesco sarebbe un leader del Pd perfetto-ridiamo- ma forse è troppo di sinistra”) e che la notte del naufragio ha aperto la chiesa per i naufraghi. Dice che la gente del Giglio è campione di solidarietà. Poi c’è Giacomo. Lui ha cablato l’isola, per intero, in pochissimi giorni, battendo la concorrenza di tutti, forse anche della Nasa. La sua azienda si chiama Super Ivo, come il babbo, che fa il macellaio e di computer non capisce nulla. 

4. Scommesse. Ridda dello smaltimento della nave: Piombino? Civitavecchia? Palermo? Al bar del Porto il problema principale resta comunque Mario Gomez, neo-centravanti della Fiorentina che avrà tre mesi di infortunio e che dicono somigli già al relitto della Concordia.

5. Volevo salutare il mio amico Jan che ha fatto una quantità di pezzi per le radio tedesche (totale 30, 20 in diretta e dieci nei radiogiornali) e il mio amico Gianpiero che scrive per i settimanali. Chiudono stasera, e se domani, e sottolineo se, la Concordia per qualche sfiga dovesse sganciarsi, ci fa la figuraccia del secolo. 

6. Varie ed eventuali. Continuo a pensarla come ieri: dal Giglio passa molta simbologia sull’Italia di oggi e in mezzo a tanti distinguo, farcela, se ce la si fa, sarebbe davvero un grande segnale. 

 

 

 

Notte prima del parbuckling: il Giglio come l’Italia?

 

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Stasera la gente del Giglio, su al Castello, ha voglia di ballare. C’è la festa di San Mamiliano, il Patrono. C’è la musica da balera che cantilena e guida i passi di danza, le bancarelle, i ristoranti tutti pieni. Quella che per comodità chiamiamo voglia di evasione, per gli abitanti dell’Isola, stasera, lo è per davvero. Visto da quassù il Giglio sembra un altro paese, un altro mondo diviso da una quindicina di tornanti. Da basso il porto, i cronisti che parlano mille lingue diverse, le luci delle televisione e dei galleggianti che illuminano la Concordia, spiaggiata in una posizione ormai cosi naturale, riprodotta da milioni di fotogrammi come fosse parte del paesaggio: perfino zoomando su una qualsiasi cartina digitale si confonde con gli scogli, somiglia ad un fiordo, o a qualche altra diavoleria naturale. La sensazione è identica vedendola da vicino, per la prima volta. Impressiona, colpisce all’inizio, ma gli occhi sono già abituati. Come per le cose già viste, ormai date per scontate. E pensare che questa notte potrebbe essere l’ultima, da coricata. Domattina si tenterà la più prodigiosa operazione diparbukling della storia: il raddrizzamento della Concordia, nella speranza che gli scogli non arginino la potenza dei cavi, che qualcosa non vada storto da basso, che il tempo sia clemente e che i molti automatismi provati in questi mesi funzionino alla perfezione. Un tentativo che coincide plasticamente con l’immagine del paese: non c’è un “piano B”, i rischi ambientali sono incalcolabili, non c’è più tempo da perdere, serve un colpo di reni. L’inchino, la fuga del Capitano e quel dignitosissimo e perentorio “torni a bordo, cazzo”, stasera suonano lontanissimi, parte fondante della bad company della nostra geografia sentimentale. Qui al Castello si balla e si spera in un epilogo altrettanto italiano, di quelli che – come da assioma popolare- “quando le cose volgono al peggio, gli italiani tirano fuori il meglio di se”. O semplicemente provano a raddrizzarlo e a farlo galleggiare. In attesa di tempi, di costumi migliori: domani, tanto per cominciare, è previsto bel tempo. 

Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/blogs/italia-2014/notte-prima-del-parbuckling-il-giglio-come-l-italia#ixzz2ezN5zaB4

Partita sospesa per mocassino

Uno che vede la sua squadra prendere quattro gol in casa e anziché tirare in campo un razzo getta il suo mocassino -penso destro, taglia 43-, al di la’ della pirlata del gesto, riconcilia un po’ con lo stadio, con il calcio. Succede a Reggio Emilia, dove gioca il Sassuolo. La cosa bella e’ che un raccattapalle ha raccolto il mocassino come se niente fosse e lo ha reso al tifoso agitato. Se si becca il Daspo c’è da ricorrere al TAR, davvero. Facciamo una class action. 

Eternit

L’avvocato di Stephan Schmidheiny, l’imprenditore condannato oggi a diciotto anni di carcere e al risarcimento di trenta milioni di euro alla città di Casale Monferrato per il caso Eternit, ha commentato: “Di questo passo nessun imprenditore straniero investirà più in Italia”. Speriamo sia una promessa e non una minaccia, se l’unico motore dev’essere il profitto e il bieco arricchimento personale.
Rincresce che a fronte della tragedia che ha colpito Casale Monferrato
-il picco di morti per mesotelioma è previsto nel 2020- e che colpisce indiscriminatamente altre zone del mondo dove si continua a produrre amianto, questo avvocato e il suo cliente non abbiano avuto nemmeno una parola di scuse, di rincrescimento, di vergogna, di autocensura. Colpisce tanto quanto la splendida dignità delle famiglie delle vittime che compostamente, in aula e fuori, oggi hanno avuto un altro pezzo di giustizia. E se è possibile, vorrei abbracciare il signor Pietro Condello. 67 anni, ex operaio dell’Eternit; il signor Pietro non ha mai saltato una udienza, sempre vestito con la sua tuta blu, la scritta rossa “Eternit”, cosi innocua, innocente in un corsivo quasi bambino. Ha deciso di regalarla oggi al Pm Raffaele Guariniello, in segno di riconoscenza e affetto, il passaporto di una vita e di una battaglia ancora da vincere, fino all’ultimo grado di giudizio, finché dignità non sarà fatta per Casale e per la sua gente.Immagine